In un recente e approfondito articolo, The Economist ha esplorato un paradosso geopolitico in corso: come la chiusura de facto dello Stretto di Hormuz e le tensioni in Medio Oriente stiano inaspettatamente ribaltando le sorti dell’industria energetica russa. Il pezzo si apre con l’emblematico caso della petroliera Sarah, che ha bruscamente deviato la sua rotta verso l’India in seguito all’allentamento di alcune sanzioni statunitensi, un’inversione a U che funge da metafora perfetta per ciò che sta accadendo all’economia di Mosca.
Fino a pochi mesi fa, la situazione per il Cremlino era critica, con volumi di esportazione crollati di un quinto, entrate da petrolio e gas scese del 44% su base annua e un deficit di bilancio che aveva quasi raggiunto l’obiettivo dell’intero anno in soli due mesi; tuttavia, con il 15% del petrolio mondiale bloccato nel Golfo, il prezzo del greggio Brent è balzato da un minimo di 59 dollari a circa 100 dollari al barile, permettendo alla Russia di incassare un maxi-profitto simile a quello del 2022.
Secondo l’analisi del settimanale britannico, questa crisi porta tre vantaggi immediati alla Russia: innanzitutto prezzi alle stelle e una domanda in crescita che hanno reso il greggio russo, simile per qualità a quello mediorientale, talmente richiesto da essere venduto in India con un sovrapprezzo rispetto al Brent; in secondo luogo, un indebolimento delle sanzioni occidentali, poiché la necessità di immettere petrolio sul mercato ha costretto gli Stati Uniti ad ammorbidire la propria linea e potrebbe spingere l’Europa a ritardare lo stop agli acquisti di GNL russo per timore di una crisi del gas; infine, un potenziale assist dalla Cina, che, preoccupata per la vulnerabilità delle proprie rotte marittime, potrebbe accelerare le trattative per le forniture via terra tramite il gasdotto Power of Siberia 2.
Nonostante questo quadro, The Economist avverte che si tratta solo di un’illusione a breve termine, un cosiddetto “sugar high” che non risolve i problemi strutturali del Paese. I continui attacchi ucraini alle raffinerie costringono le aziende russe a dirottare i capitali verso le riparazioni anziché verso le trivellazioni, e con una capacità di riserva di soli 300.000 barili al giorno, la Russia non può colmare il vuoto lasciato dal Golfo.
Sanzioni, tasse elevate e fuga degli investimenti occidentali continueranno a erodere l’industria, condannando la produzione a un declino stimato del 3% annuo; in conclusione, come sottolinea la testata (la cui lettura integrale dell’articolo e dei relativi grafici è consigliata alla fonte originaria), i prezzi alti offrono a Putin un momentaneo respiro finanziario, ma non possono riparare i danni infrastrutturali ormai subiti né tradursi in automatici successi militari sul campo di battaglia.
