Durante lo speciale intitolato “Il Confronto”, moderato dal direttore di rete Fabio Vitale, si sono sfidati due esponenti chiave delle opposte fazioni: da un lato il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, volto e promotore della riforma; dall’altro Enrico Grosso, presidente onorario del comitato “Giusto dire No”, strenuo difensore dell’attuale assetto costituzionale.
Il Guardasigilli ha difeso l’impianto della riforma, lanciando prima di tutto un appello agli elettori affinché si rechino alle urne con consapevolezza: «Io dico soltanto: informatevi». Nordio ha poi voluto rassicurare l’opinione pubblica sul ruolo dei giudici, spiegando che l’obiettivo del governo è un riallineamento ai modelli internazionali per garantire maggiore imparzialità, senza intaccare l’indipendenza delle toghe: «La magistratura resterà ancora più forte, ancora più autonoma e ancora più indipendente – continua – vi sarà però un allineamento della nostra civiltà giuridica a quelle che sono le grandi democrazie occidentali; i magistrati che commetteranno degli errori gravi e degli errori non emendabili non saranno più soggetti a una giurisdizione domestica, ma alla giurisdizione di altri magistrati – non politici – che però saranno terzi e imparziali. Questo produrrà verso i cittadini e per la stessa giustizia una equità molto più intensa di oggi».
Diametralmente opposta la visione del fronte del ‘No’. Enrico Grosso ha respinto fermamente le rassicurazioni del governo, attaccando la riforma sia nel merito delle soluzioni proposte sia nel metodo con cui è stata approvata. Secondo Grosso, le priorità dei tribunali italiani sono ben altre: «Questa riforma non serve a nulla per risolvere i veri problemi della giustizia italiana, che sono tanti ma che vanno risolti con equilibrio e soprattutto mettendoci tanti soldi».
Il costituzionalista ha infine lanciato un severo monito sui rischi di uno sbilanciamento democratico, criticando un iter parlamentare blindato che, a suo avviso, nasconderebbe la volontà dell’esecutivo di limitare l’autonomia dei giudici: «Nessuno ha potuto discutere la riforma, è stata approvata con un disegno di legge che è entrato ed è uscito senza che nemmeno la maggioranza parlamentare potesse presentare degli emendamenti – continua – Se è stata fatta così, vuol dire che c’è un’altro motivo sotto: cambiare l’equilibrio tra i poteri. Di fatto, sottilmente, si vuole introdurre un maggior condizionamento della magistratura da parte della politica. E io dico sempre, nel dubbio, anche se fossero soltanto rischi, la Costituzione non cambiamola».
Una sfida che evidenzia la profonda spaccatura istituzionale a pochi giorni dalla chiamata alle urne, lasciando ora ai cittadini l’ultima parola.
