Bruxelles – La grande coalizione internazionale immaginata da Donald Trump per forzare il blocco dello Stretto di Hormuz si riduce, nei fatti, a un’alleanza su base regionale. A supportare gli Stati Uniti in questa delicata fase ci saranno principalmente i Paesi del Golfo — Qatar, Bahrein, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti — con il fondamentale appoggio di Israele. L’Unione Europea, al contrario, decide di mantenere le distanze dal conflitto aperto.
La posizione di Parigi e la linea dell’Ue
Il presidente francese Emmanuel Macron ha confermato un approccio improntato alla prudenza: nessuna nave da guerra di Parigi interverrà finché le ostilità saranno in corso. L’Eliseo si è però detto pronto “ad assumersi la responsabilità del meccanismo di scorta” per le imbarcazioni commerciali “in concerto con altre nazioni”, ma soltanto quando la situazione nell’area “sarà più calma”. Una posizione di distacco condivisa ai vertici di Bruxelles e ribadita con nettezza dall’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Kaja Kallas, che ha tracciato la rotta europea: “La diplomazia qui è l’unica soluzione possibile”.
L’ira di Trump contro la Nato
Di fronte alla defezione europea, la reazione di Washington non si è fatta attendere. Attraverso i suoi canali social e in successive dichiarazioni dalla Casa Bianca, Donald Trump ha lanciato un nuovo e duro attacco all’Alleanza Atlantica. Il tycoon ha accusato i partner storici di aver voltato le spalle agli Stati Uniti “nel momento del bisogno”. Pur ostentando sicurezza e definendo l’America come la nazione “più potente” al mondo — e dunque non bisognosa di aiuti esterni —, il presidente americano ha bollato il passo indietro della Nato come un “errore stupido”. Ripercorrendo la sua storica insofferenza verso i costi dell’Alleanza, Trump ha rincarato la dose: “Non mi sorprende il loro comportamento perché ho sempre considerato la Nato, dove spendiamo centinaia di miliardi di dollari all’anno per proteggere proprio questi Paesi, come una strada a senso unico”. Una situazione per la quale non si è detto per nulla ‘happy’.
Il fronte interno europeo: polemiche e tensioni
Le ripercussioni della crisi in Medio Oriente domineranno inevitabilmente il tavolo del prossimo Consiglio Europeo, originariamente convocato per discutere il rilancio della competitività interna. Un alto funzionario europeo ha inquadrato così il dibattito imminente: “Sul conflitto in Iran ci sarà un dibattito molto concreto: l’Europa non ha iniziato questa guerra, i Paesi membri non sono stati nemmeno consultati”. E ha precisato la posizione dei 27: “Ciò di cui dobbiamo occuparci ora sono le conseguenze. Ci aspettiamo quindi un coordinamento su come l’Europa possa contribuire a ridurre le tensioni nella regione per evitare un’escalation e abbiamo chiesto un ritorno alla diplomazia nel rispetto del diritto internazionale”. La gestione diplomatica sta tuttavia creando non pochi malumori a Bruxelles. In commissione Affari Esteri, Kaja Kallas ha dovuto affrontare un fuoco incrociato: da destra e da sinistra sono piovute pesanti critiche all’Alto rappresentante e alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen per la mancata condanna dell’intervento israelo-americano, accusando i vertici di usare due pesi e due misure rispetto all’intransigenza mostrata contro la Russia. Prendendo le distanze da alcune recenti riflessioni della von der Leyen sul ruolo geopolitico dell’Europa, Kallas ha cercato di rassicurare i parlamentari: “Non è questo il momento per ripensare la propria identità, le proprie priorità, la propria ambizione per un mondo pacifico governato da norme e regole internazionali solide”. Aggiungendo poi un richiamo alla responsabilità: “Il mondo davvero guarda all’Europa e conta su di noi”.
Le prossime mosse e l’incognita Aspides
Sul piano pratico, la via europea fatica a delinearsi. Le cancellerie sono al lavoro “per capire che proposte possiamo fare affinché si fermi questa guerra”, ma i distinguo interni frenano ogni slancio unitario. Anche un eventuale potenziamento della missione navale europea Aspides riguarderebbe esclusivamente il pattugliamento difensivo del Mar Rosso in funzione anti-Huthi, senza spingersi nelle acque infuocate di Hormuz. Per lo scacchiere di Hormuz, è ancora Macron a dettare i tempi, parlando di “un lavoro politico, tecnico” e “operativo” da sviluppare nelle prossime “giorni e settimane”. L’obiettivo francese è un coordinamento internazionale che coinvolga “l’insieme degli attori del trasporto marittimo e dagli assicuratori”. Una potenziale coalizione dei volenterosi che, però, sembra destinata ad avere il suo baricentro a Parigi, lasciando ancora una volta Bruxelles nel ruolo di spettatrice.
